ITA: EMOPORN. Delle Pene, dei delitti.
ESP: EMOPORN. De las penas y de los delictos
Il saggio sarà pubblicato in ottobre dalla stessa Università.
Alcuni Diritti Riservati. Si vieta la riporduzione a scopi commerciali.
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1 IL FRONTE DEL PORNO
Dall’oppressione di genere alla rivolta dei corpi
Che l'essere umano vada dove non è mai stato,
provi ciò che non ha mai provato,
pensi ciò che non ha mai pensato,
sia ciò che non è mai stato.
bisogna aiutarlo in questo. Provocare questo trasporto e questa crisi.
Creiamo degli oggetti sconvolgenti.
Paul Nougé
Il porno è oggi così sicuro, tutto torna in un disegno prestabilito.
Come una designed drug progettata per consumare entertainment e tornare al lavoro in orario, la pornografia permette di starsene comodi nel proprio angolo di mondo. Essa riafferma con microritualità masturbatorie, tutti i valori della società occidentale: il Tardo capitalismo, l'anestesia dell’emozioni, le identità ed i rapporti di potere ad esse connesse, le disuguaglianze di genere, gli stereotipi sessuali di nicchia.
Un lampo ha squarciato il cielo grigio di questa noia in un periodo storico che va a cavallo della fine degli anni novanta fino alla metà della prima decade del duemila. In tale arco i la teoria queer si avvicina alla pornografia, specialmente legata alla comunicazione digitale, superando la visione antagonista del femminismo storico e aprendo la riflessione ad un nuovo corpo, contemporaneamente includendo e dis/organizzando quello storico del movimento l.g.b.t.
Nascono "Porn Studies" come campo multidisciplinare ed aperto, formato da queer theory, gender studies, storia del cinema, media studies e performance art. Uno degli obiettivi principali risiede nell’analisi critica della pornografia come testo per decostruire i confini identitari attraverso i quali le politiche di normalizzazione eteronormativa ed l.g.b.t. producono uno spazio liscio e gentrificante, funzionale all’azione neoliberista e alle disuguaglianze che essa produce.
Applicare ad essi la pratica di D.I.Y. (Do It Yourself, auto-produzione) sposta la riflessione sul piano politico nei termini di ammutinamento dei corpi dalle imposizioni sociali attraverso pratiche di autorappresentazione ed individualizzazione culturale.
Come una stroboscopia, questo momento di luce torna ad essere risucchiato dall’appiattimento neoliberista alla ricerca delle ultime risorse, dove i cool hunters si sguinzagliano per sviscerare e desimbolizzare l’ultima tendenza, le Suicide Girls diventano le pin ups di megabrands come MTV e l’accademia lancia la sua guerra all’accaparramento delle miniere di velluto dell’ultimo mercato intellettuale.
Per dirla con le parole del filosofo situazionista Raul Vaneigem: “Come l’economia in crisi che non perisce diventa economia della crisi la crisi della cultura che si sopravvive, diventa cultura della crisi”.
Lo scopo di questo intervento è quindi quello di appropriarsi del momento di crisi vigente per ribaltarlo, producendo fratture della conoscenza attraverso pratiche politicamente scorrette.
Ricerchiamo quel punto dissolvente in cui i simboli franano in un orgasmo di segni che rimappa i corpi in una trama interconnettiva. Un trauma gaudente in cui eros e thanatos si compenetrano in una copula pandrogina.
Da tale quadro nasce il concetto di EMOPORN o pornografia delle emozioni attraverso una prospettiva socioantropologica delle emozioni applicata ai linguaggi della pornografia indipendente.
L’obiettivo è provocare, affrontare e denudare l’emozione come ultimo tabù; lì dove il suo orientamento o il suo drenaggio rispondono ad una pratica ideologica funzionale agli apparati simbolici che sostengono i mercati e le disuguaglianze, opprimendo le diversità.
L’obiettivo è scatenare la panacea dei venti emotivi, infrangere lo specchio, sobillare il riso nervoso dato dalla frustrazione del non potersi identificare in una pornografia mainstream misogina e distruttiva; né tantomeno in una pornografia indipendente calcificata nella proliferazione di mercati.
Attraverso l'idea di EMOPORN si ricerca un’interzona della rivelazione, la frattura, la bestemmia dei simboli e la proliferazione segnica, l’interruzione di quella gravidanza che schiavizza la catena dell’essere al non divenire, funzionalmente a poteri costituiti che vogliono corpi inquadrati in sistemi di produzione.
Un giardino pensile di fiori del male che nell’avvelenamento, faccia perdere il controllo, espandendo la coscienza e permettendo la conoscenza attraverso un punto di vista altro. È l’attentato e l’esplosione ciò che si ricerca, esproprio proletario o la sublime violenza al corpo nudo del re.
2 STORIA DELL’INDIEPORN
Le tensioni che mi hanno portato a definire il concetto di EMOPORN nascono da vari stimoli.
a) In primis c’è la frustrazione data dall’esaurirsi di un momento storico dell’altporn o porno subculturale e della sua trasformazione in indieporn o porno sovversivo con un suo riassorbimento, in questo c’è anche tutta la fase esplosiva, sperimentale, performante e desiderante dove il prefisso “porn” non si era ancora svuotato in “studies”.
b) Il mio fallimento continuo nella ricerca dell’amore che, performato on line, si è attualizzato in una meccanica compulsiva che ha portato a un vera e propria prigione psichica.
Procedendo per ordine parto da una definizione della pornografia che mutuo dal concetto di pornografia di Barbara de Genevieve.
2.1 BARBARA DE GENEVIEVE – I CORPI BOLLENTI DEL QUEER PORN
La Degenevieve è un’artista interdisciplinare, storica dell’arte contemporanea e femminista che lavora nel campo della fotografia, del video e della performance su temi legati all’identità di genere, alla censura, al transessualismo, al rapporto tra etica e pornografia.
Ho avuto la fortuna di conoscerla alla conferenza “the art and politics of netporn” nel 2005 ad Amsterdam ed assistere alla presentazione del suo lavoro “I corpi bollenti della pornografia queer” che situavano teoricamente la sua rassegna video SSSspread.
Entrando nello specifico, uno dei dati più interessanti risiede nel fatto che, per sua stessa ammissione, la De Genevieve ha assunto posizioni fortemente antipornografiche nella sua storia femminista fino al 1988, anno in cui lei ha iniziato a riflettere sulla pornografia da punti di vista completamente differenti, fino ad arrivare a produrla.
Nella sua presentazione “I corpi bollenti della pornografia queer” risiede una delle definizioni del concetto di pornografia che secondo me sta alla base di ogni dibattito ovvero:
“… La pornografia è fatta per eccitare le persone, In quest’ottica, i corpi non solo devono essere altamente sessualizzati, quanto feticizzati, erotizzati e fatti accomodare in nicchie di desideri sessuali specifici.
La correttezza politica è diventata una prigione intellettuale all’interno della quale lo sviluppo del dialogo è estremamente limitato poiché le pratiche discorsive sono per lo più monologhi o diatribe.
Bisogna abbracciare il piacere di oggettificare ed essere oggettificati, di feticizzare ed essere feticizzati, di interpretare la parte delle vittime attive così come dei persecutori. Bisogna aprirsi ad un campo minato difficile da attraversare ma terreno intellettualmente stimolante ed onesto, nel quale comprenderci come esseri sessualmente complessi “
La De Genevieve con questa definizione entra nel vivo del discorso riflettendo su una serie di punti nevrlagici ovvero:
- sul fatto che la pornografia produce una comunicazione diretta ai corpi, che serve a farli eccitare, che è orientata alla loro masturbazione;
- sul fatto che la correttezza politica produce una barriera dogmatica poggiata su dei sistemi morali. Tale barriera allontana da una conoscenza difficile e dolorosa ma onesta. Conoscenza che può avvenire solo se ci si lascia andare alla “sublime” esperienza del “piacere del dispiacere”
- Abbracciare il desiderio dell’oggettivazione, di inscriversi nella narrazione pornografica, diventa il metodo del “comprendersi” come esseri sessualmente complessi. Quindi la pornografia diventa non solo il linguaggio che attraversa il confine elettrico tra paura e piacere ma anche quel territorio che produce lo iato tra eterorappresentazione ed autorappresentazione.
Ed è proprio il cortocircuito tra corpi ed emozione, l’assenza di respiro, l’adrenalina dello scoprirsi come esseri sessualmente complessi che spinge la De Genevieve, oltre che ad inscriversi, a “scrivere la pornografia”. La prospettiva di antropologia delle emozioni qui si evince appieno nella misura in cui scrivere le pornografie coincide con il testo storico di Clifford e Marcus “Scrivere le culture” dove, in un ottica post strutturalista, l’obiettivo dell’analisi antropologica non è più l’altro ma “se-stessi come altri” ovvero la messa in crisi del potere autoriale della rappresentazione; nello specifico come il rapporto tra il se e l’altro viene costruito nei giochi linguistici della scrittura etnografica.
Nel 2001 Nasce SSSpread.com, un sito gratuito dove La De Genevieve inizia a pubblicare video di pornografia che parte dal rapporto lesbico butch/femme per ritrovarsi immediatamente nel ventre della bestia queer, rappresentando corpi che sfuggono ad ogni definizione identitaria netta. Il lavoro è pionieristico sia sull’estremismo delle sue produzioni in cui lei interagisce con la scena queer punk di New York, sia per il fatto che nel 2001 la banda è quello che è e la tecnologia video non è ancora sviluppata quindi quest’operazione ha dei costi enormi che non le permettono di continuare questo lavoro visto che non c’è nessun tipo di abbonamento e il consumo dei contenuti come detto, è completamente gratuito.
Comunque in anni di produzioni, ciò che emerge da questo tipo di lavoro è che il confine tra le pornografie eterosessuale e gay e la pornografia queer è molto sottile quanto autoevidente. L’unico dato di differenza reale è rappresentato dai corpi poiché nella pornografia queer i corpi sono:
INSUBORDINATI – DISOBBEDIENTI – SELVAGGI – ANARCHICI
Perché? perché nessun personaggio è un professionista. Perché ogni momento pornografico viene performato al momento, senza un plot prestabilito e quindi lontano anni luce dalle regole del marketing e della pornografia mainstream.
Il nodo centrale sta proprio nella produzione dell’eccitazione. Ovvero di come i corpi si parlano attraverso il video. Le modelle e i modelli della Degenevieve non calzano la percezione mainstream dell’ “eccitante” quanto quella del “Perturbante” e in questo senso mettono in crisi l’audience nelle loro inscrizioni oggettificanti. In tale rapporto tra visore visione e visto si produce la crisi come momento di conoscenza.
Barbara De Genevieve può essere definita come colei che per prima ha prodotto una pratica ed una teoria dell’indie porn applicato alla rete adducendo ad esso una prospettiva socioantropologica dell’emozione.
Tale sforzo si è coagulato con il concetto di “Porn Sublime”.
La sua analisi parte dal fatto che la concettualizzazione del soggetto contemporaneo sviluppata tra il diciasettesimo ed il diciottesimo secolo, porta ancora il peso della filosofia illuminista. E questo è espresso dalla dialettica tra natura e cultura, tra universalismo e determinismo. Il soggetto si percepisce come frammentato ma cerca ancora la completezza utopica. La sfida risiede nel comprendere come esistere all’interno di tale tensione con l’impossibilità di risolverla.
La pornografia estremizza questa tensione poiché produce una perdita del controllo libidinale. In un’esperienza pornografica si perde il controllo del corpo. I corpi diventano spasmodici, Gli organi sessuali si erigono, si producono fluidi corporali, si emana una comunicazione chimica non controllabile. In questo senso essa causa una reazione o effetto sublime riferendosi alla categoria lyotardiana di “Piacere Del Dispiacere”, oltre la sfera del razionale e oltre l’abilità del linguaggio di descrivere accuratamente, quindi di controllare e dominare le realtà. In una cultura occidentalizzante che ha un disperato bisogno di promuovere un ordine continuo della vita attraverso categorizzazioni identitarie, la pornografia diventa una minaccia. Se non manifestasse e concretizzasse fantasie inconscie, non lo sarebbe. Se l’inconscio fosse uno spazio politicamente corretto, allora non ne avremmo bisogno. Questa perdita del controllo, questo iato tra l’essere e il divenire, la paura evocata dalla perdita del controllo e l’atto reale della sua perdita, è ciò che Barbara Degenevieve definisce il Sublime Pornografico.
Il sublime pornografico mette in crisi la descrizione della realtà nei rapporti di potere che si intrecciano nella settorializzazione identitaria attraverso una lettura socioantropologica dell’emozione, li dove la stessa diventa una riflessione su come il sè viene definito nel suo rapporto con il mondo.
È per questo che la pornografia viene performata come esperienza privata e viscerale, completamente disconnessa dagli status ruoli che codificano il soggetto nello spazio pubblico come attore sociale.
Ed è appunto per questo che la natura sovversiva della visione De Genevieveviana sottolinea l’atto provocatorio, la rottura, la politicizzazione della pornografia nella misura in cui si rende pubblico lo spasmo, la perdita del controllo sociale, l’emozione del rimosso, funzionale ai poteri costituti. La Degenevieve è interessata all’implicazione sociale della disgrazia, all’11.9 delle emozioni. Ed anche per questo sottolinea il suo disinteresse totale nelle politiche riformistiche dell’erotismo e della sensualità facilmente accomodabili e sussumibili nelle categorie e nei mercati dell’arte contemporanea. Quando si usano i termini “erotico” e “sensuale” il desiderio sessuale viene arrestato ed imprigionato in forme istituzionalmente sanzionabili.
La sessualità è una sfera dell’umano disintegrata rispetto al suo vivere quotidiano ed è urgente un’indagine di carattere filosofico che evidenzi la precarietà e l’ordine fittizio dei confini che separano la pornografia dall’arte, l’arte dalla non arte, il bello dal grottesco, la contemplazione dall’azione, il se dall’altro. In ciò, la pornografia diventa la tentazione culturale che ci muove verso la vertigine della dissoluzione psicologica.
Per questo la De Genevieve conclude la sua riflessione affermando:
“Eccomi qui, cercando di cogliere l’incomprensibile, cercando di capire cosa mi stimola, cercando di decifrare le distinzioni che facciamo tra il “bene” e il “male” (che sia arte, scrittura, insegnamento, performance, pornografia o qualsiasi altra azione). Il punto in cui sono arrivata con la mia riflessione mi spinge a dire che non ci sono risposte e che non fa nulla, perché alla fine ciò che conta è la sfida che mette in crisi il presente. Questo è il sublime. essere in un costante stato di esplosione, essere provocata e discussa nella mia immagine di me stessa e ricevere ogni volta risposte differenti. 20 anni fa sapevo cosa pensavo e chiunque era in disaccordo con me, nella mia ottica non seguiva la “giusta” teoria. Oggi io metto in crisi tutto e preferisco mettermi in situazioni dove la possibilità di fallimento o la censura ridiscutono il senso dell’esistente”
Il senso del provocazione, della vertigine e della crisi è a mio avviso il leit motiv sovversivo che fa dell’esperienza sublime della pornografia un atto di trasformazione radicale dell’esistente. Questo tipo di lavoro è ripreso da Katrien Jacobs
2.2 KATRINE JACOBS E IL NETPORN
Katrine Jacobs è docente new media e performance art all’università di Hong Kong, regista e coproduttrice, insieme all’Institute of Network cultures, della conferenza “The Art and politics of Net Porn”. Attraverso una incessante ricerca la Jacobs circoscrive il campo di studio della pornografia alle sue interazioni con i new media.
Tutto parte dal suo primo lavoro intitolato “Libidoc” - blog e manuale – dove La pensatrice corre sul sottile confine tra pornografia ed arte contemporanea. Con anni di conferenze, eventi e performances dedicate soprattutto alla Women pornography ovvero alla pornografia indipendente prodotta da donne per donne e non solo. La Jacobs sedimenta il campo di studio con altri due testi seminali intitolati “Netporn, D.i.y., webculture and sexual politics” e “Netporn Studies Reader”, manuale che colleziona gli atti di due anni di conferenza.
Nel secondo manuale La Jacobs si definisce donna, insegnate, artista e curatrice che guarda alla pornografia nella sua prospettiva individualizzante, eccitata da una vasta gamma di generi pornografici:
“ Le mie esperienze pornografiche fuoriescono da anni di chat e di intriganti incontri cybersessuali. come tutta la popolazione on line, mi sono spostata dal cybersex alla pornografia cercando i corpi del quotidiano e del sesso appassionante ed autentico. Mi piace guardare ogni genere di donna fare l’amore, da quelle più femminili a quelle più mascoline. Mi piacciono i transuomini. Da quando ho iniziato a guardare la pornografia mi piacciono le scene di sesso tra uomini, recentemente adoro fare incursioni nel mondo degli orsi, omosessuali grossi e pelosi che giocano simbolicamente sulle rappresentazioni delle mascolinità. Oltre a tutto ciò mi piacciono i porno ordinari con scene intense, nonché le animazioni. Per concludere ho una vasta serie di feticismi che mi include tra gli esseri sessualmente devianti.”
La sua definizione di pornografia quindi si pone su un piano nomadico della rete. Uno sbandamento nell’accessibilità e riproducibilità dell’informazione nella sfera della comunicazione digitale in un continuo gioco di rimandi microidentitari che hanno come liaison una visione di genere femminile.
L’accento è posto sulle pornografie net-performative digitalmente mediate da piattaforme di chat in cui le normalità del corpi non hanno tanto a che fare, ne con i mercati pornografici che li definiscono ne con le norme sociali che li producono ma con l’onestà con cui essi stessi si autorappresentano orientativamente a bisogni/desideri socio-sessuali; in una “palette” pornografica in divenire.
Partendo dal basso, da un quotidiano pregno di piccole storie, Katrine Jacobs elabora un concetto di pornografia diviso in due corpi: Uno più legato ad una visione neo-mediale e l’altro legato al concetto di Do It Yourself.
Nel primo caso applica alla definizione di pornografia il concetto foucoultiano di eterotopia. Essa viene intesa come spazio altro, entità non delineata da confini netti ma frontiera caotica, attraversamento di frammenti dissolventi che producono costantemente nuovi spazi. In tali residui, la pornoutenza on-line esplora e performa post umanità attraverso derive sessual- emozionali.
Da qui la teorica applica la dimensione dell’autoproduzione. Essa definisce con un gioco di parole il concetto di “Alt Porn”. Alt porn sta per Alternative Porn che viene giocato sul suffisso “Alt” che è il suffisso dei gruppi di discussione della rete usenet dell’era “yahoo” di internet, nello specifico nel web.1.
L’ALTPORN è una categoria con un profilo fortemente indipendente perché sviluppa canali alternativi di distribuzione entrando in relazione con il mercato corporativo dominante per metterlo in crisi.
Questo è il caso della “Vivid Entertainment” – casa di produzione di dvd on demand che chiuse un contratto con Eon Makai; un personaggio assurdo della porn art e della cultura alternativa in rete.
Acronimo del cantante punk hardcore che ha dato i natali al movimento Strainght Edge Ian MAcKay, Eon produce porn movies dove la scena viene presa da punk rockers con performances porno in contesti assurdi e con colonne sonore punk e wave, con fotografie impossibili di colori surreali, e frammenti dii immagini che con il plot del film non c’entravano nulla. Una pornografia lontanissima dagli standard dominanti, Una pornografia che metteva in crisi le meccaniche di identificazione e di eccitazione del consumatore tipico fatte di uomini macisti e donne sottomesse che si intersecavano in una sequenza meccanica di fellatio, cunnilingus, penetrazione, sodomia e facial.
Eon Makai lavora con Joanna Angel, femminista, Punk e pornografa nonché tra le prime a produrre un sito per sex workers punk intitolato burningangel.com dove ogni profilo ha un blog che entra nel quotidiano di ogni persona dove pornografia e recensioni di bands vengono mescolate. Da un estetica xerox art da fanzine punk, il sito si trasforma a pagamento con una membership e un crescendo continuo di profili di ragazze punk. Eon Makai e Joanna Angel producono lo stilema che sarà sviluppato e completamente commercializzato dalla piattaforma “Sucide Girls”.
Tali siti giocano sul tema del corpo autentico come centrale rispetto all’etica e all’estetica dell’indie porn, quindi corpo non professionista, corpo emotivo, corpo non professionista, corpo non chirurgicamente modificato rispetto ai canoni imposti dalle multicorporations della pornografia. LA Jacobs afferma che attraverso questo corpo altro si produce il contributo femminista ad una pornografia della liberazione, producendo delle narrative di genere che rompono radicalmente con l’immaginario patriarcale e misogino della porno mainstream, irrompendo anche nelle sue economie, producendo un mercato di donne.
Ciò si lega a doppio nodo ad un altro immaginario che compone parte del mosaico storico dell’indie porn qui tracciato.
2.3 SERGIO MESSINA E IL REALCORE
Sto parlando del concetto di “Real Core” di Sergio Messina che infrange i reami del corporativismo Hard Core. Sergio Messina è un musicista, tra i fondatori della scena hip hop politicizzato durante il movimento universitario della Pantera agli inizi degli anni ‘90 in Italia. Giornalista musicale, produttore ma soprattutto pornografo e pornologo, Sergio Messina si spinge in un discorso di carattere sociologico, antropologico, estetico, performativo ed emozionale nell’immaginario amatoriale del Web.
Attraverso questo percorso egli definisce il concetto di “Real Core” come ambito di produzione pornografica totalmente diverso rispetto alla produzione Soft Core e Hard Core. Tale produzione è attuata da amatori con mezzi non professionali e con una ben più estesa gamma di sfumature rispetto al porno tradizionale. Ciò rappresenta una rivoluzione di carattere culturale che connette il privato con il pubblico, proiettando il il locale sul globale grazie a dispositivi tecnologici diffusi su larga scala.
Sergio definisce il REALCORE attraverso una prospettiva socioantropologica delle emozioni affermando che la caratteristica fondante è stata la soluzione del digital divide attraverso la democratizzazione delle tecnologie fotografiche e video digitali nonchè lo sviluppo delle infrastrutture di rete con delle bandwidth tali da sostenere una circolazione fotografica e video mondiale che, attraverso i gruppi di discussione, permettesse a gente comune di produrre e distribuire la propria personale pornografia solo per il puro piacere di farlo
Nell’immaginario REALCORE c’è l’elogio della diversità fisica e questo è chiaro facendo una comparzione tra i soggetti del HARDOCORE inteso come porno mainstream e soggetti del REALCORE. Nel real core c’è la vita quotidiana, c’è l’impiegato e la casalinga così come la prima masturbazione del ragazzino di 16 anni messa on line. Ma c’è anche tutto un discorso inerente alle locations. I soggetti RealCore solitamente si esibiscono all’interno dei propri spazi privati, intimi, delle loro case producendo un’estensione del proprio corpo al proprio contesto. Il corpo del real core è l’ambiente stesso in cui i corpi soggettivi si muovono. La prospettiva pornografica si estende ad architetture ed arredamenti come organi di un centro radiante che agisce politicamente ed emotivamente attraverso il denudamento pubblico del privato.
In questo frame interviene la prospettiva socioantropologica delle emozioni. Messina dice:
“nelle pratiche del REALCORE si baratta una perfezione irraggiungibile come quella delle pornstars, con l’intenzione reale delle casalinga. Anche perchè nella radice della parola Amatoriale c’è la parola AMORE e nella parola dilettante risiede la parola DILETTO. Vedendo delle immagini amatoriali stiamo vedendo dell’amore e del diletto ed è questo che la macchina fotografica o la telecamera cercano di catturare. Ed è proprio questo che chi guarda, cerca in un immagine come questa: Diletto e amore.“
3 LA CRISI DELL’AUTENTICO
Il concetto di Real Core produce nettamente i codici del “corpo autentico” dando gli stilemi della produzione di pornografia indipendente.
Ma come tutte sappiamo l’autentico non esiste come valore ontologico. L’autentico è un prodotto. L’autentico è tale nella misura in cui viene costruito. L’autentico entra in crisi quando Benjamin ne fa crollare il potere auratico della sua rappresentazione attraverso l’analisi dei meccanismi di riproducibilità tecnica. Il potere dell’autentico è ucciso dalla morte dell’autore nel pensiero postmoderno da Foucault in poi. L’autentico è il frutto puro che impazzisce, quando la nuova antropologia critica di James Clifford ne svela il potere della rappresentazione. L’autentico viene svelato nei sui meccanismi esotizzanti nelle critiche orientalistiche di Said. L’autentico entra in crisi quando La Butler fa crollare il totem eterocentrico di sesso, sessualità e genere.
Il discorso è ben evidenziato dall’intervento di Florian Cramer nella seconda conferenza di Amsterdam “C_lick Me Net Porn”
Se la precedente conferenza si incentrava sull’indieporn inteso come spazio politico di autorappresentazione femminista e queer che rifiutava le speculazioni mainstream e le espressioni di potere eteronormativo nelle disuguaglianze di genere. La seconda conferenza ne ha tracciato i confini andando a toccarne le nevralgie. Nello specifico come i linguaggi dell’indiporn si sono cristallizzati in nuove categorie di mercato e quali sono le strategie possibili per produrre nuove pornografie della liberazione. Due sono stati i discorsi, coscienti ed incoscienti, che hanno posto l’accento su tale processo.
Il primo è elaborato da Floria Cramer. docente di Media Design alla Willem de Kooning Academy docente e fondatore, insieme ad Istvan Kantor, Matthew Fuller e Stewart Home, del Neoismo (una corrente di pensiero e di terrorismo mediatico post-situazionista).
La sua presentazione si intitola “Indieporn: perdita dell’oscenità e dell’immaginazione”. Il suo focus risiede proprio nella critica radicale alla produzione dell’autentico e a come i linguaggi indieporn in realtà non siano altro che il frutto puro di una dialettica continua tra il dogmatismo della correttezza politica e la calcificazione di mercato.
Tale dialettica aveva trasformato il corpo altro e l’esperienza del sublime in un ennesimo spazio liscio dove la vendita di porntainment on line svuota ogni stimolo al cambiamento e alla liberazione. In un Certo Senso Audacia Ray, fondatrice di Spread Magazine (rivista per sexworkers) e regista porno, è la rappresentante più forte di quanto il mercato si nasconda dietro la facile lettura del sex working da una prospettiva femminista, ponendo un accento sul dovere del working piuttosto che sul piacere del sex, producendo un vuoto pneumatico emozionale, istituzionalizzazione ed esclusione sociale.
Il centro della scena è lo spirito del capitalismo ovvero un’etica protestante in cui il lavoro diventa la missione emancipatrice della condizione della donna. “Indipendenza attraverso la pornografia” è il suo motto, dove la lotta passa attraverso la pornografia on line nella misura in cui la sua produzione diventa valorizzabile sul piano del profitto. E per questo bisogna arricchire le modelle di un’economia dell’informazione rendendole popolari on line – quindi porn stars - on line. In questo la commercializzazione estrema di siti come suicide girls divengono un’auto affermazione nelle politiche di genere. Il quadro teorico in cui si muove audacia Ray non produce nessun’esperienza sublime ma anzi codifica esattamente le stesse forme di potere che hanno assoggettato l’esperienza dell’alterità, in una speculazione di mercato ripercorrendole in toto.
E questa è l’esperienza dalla tarda pornografia on line.
L’autenticità diventa una categoria di mercato della pornografia in rete, ricostruendo nicchie feticistiche di microidentificazioni funzionali a nuove strategie di marketing virale che spingono la promozione del porntainment nelle macrointerfaccie del web.2.
L’utopia del “content generated user” come sistema ingegneristico di rete che presuppone l’eliminazione totale dell’autore in favore dello user, diventa un escamotage per organizzare la vendita di pornocontenuti.
XTUBE ne è un esempio palese. La struttura è quella di un macrobacino che usa l’architettura classica del social network con profili, friendship e upload di contenuti, ma dove ogni tag o chiave di ricerca porta, in un’altissima percentuale dei casi, alla vendita delle produzioni video on line dello stesso network. Qualsiasi micro-nicchia genera un contenuto da vendere, sostenuto a sua volta dalla crescita esponenziale del network. Non c’è più bisogno di sviluppare sistemi pubblicitari perché è l’utente stesso che si fa venditore porta a porta nella misura in cui produce relazioni all’interno della piattaforma. E la meccanica inconscia si basa proprio sulla ricostruzione dell’autenticità pornografica attraverso il self publishing,
XTUBE sembra dirci:
non buttate più i vostri soldi in pornografia patinata, lì dove la pornostar o lo stallone di turno producono in voi aspettative che non saranno mai sanate, venite a specchiarvi nell’utente comune, li dove le vostre fantasie di donne grasse e giovani microdotati troveranno cittadinanza, perché è l’autenticità del profilo di un utente qualsiasi a garantire un porno democratico, vicino alle vostre vite quotidiane.
Ma di democratico non c’è prorio nulla se non la falsa utopia di accedere liberamente a dei contenuti che implodono in microedit di 15 secondi, ovvero i trailer di film a pagamento dove gli stereotipi si riperpetuano ad libitum, cristallizzandosi in un sistema di tags, che, in un modo o nell’altro ti fa arrivare alla dead end della membership.
L’avvento del mercato digitale del porntainment sulle architetture di rete del web.2 dichiara la morte dell’indie porn come pratica di rimessa in discussione della realtà. Con esso è morto il desiderio di usare la tecnologia verso la composizione di nuovi modelli di sviluppo più liberi e paritari. Per comprendere come agire in una prospettiva di cambiamento bisogna liberarsi del peso storico di questo cadavere e sviluppare strategie desideranti di boicottaggio.
4 EMOPORN
Il concetto di Emoporn mi è venuto in mente nel 2007 al “Berlin Porn Film festival” durante la presentazione di una altro mio lavoro intitolato “21st century schizoid bear” che indaga il rapporto tra genere e mascolinità nella pornografia on line.
Nello specifico, la compulsività della mia ricerca di sesso on-line mi si era attualizzata in un incontro molto particolare. Tale incontro si era basato su sei anni di chat attraverso diverse piattaforme, dagli ambienti irc ai siti dinamici, passando per la videoconferenza, aveva fatto diventare reale una produzione infinita di fantasie, pulsioni sessuali, transfert ed energie erotiche.
Tutta l’energia accumulata in sei anni stava per esplodere e al primo orgasmo successe l’irreparabile.
Ciò significa che la prima scopata fu un momento di liberazione incredibile che fece uscire tutti i fantasmi che per sei anni avevano abitato le nostre menti facendoci ritrovare emozionalmente nudi l’uno nei confronti dell’altro. Fu un’esperienza devastante che nessuno dei due fu un grado di gestire perché in realtà nessuno dei due aveva realmente percepito la potenza dell’altro.
In questa Chernobyl si è consumato un massacro dove il concetto stesso di amore è risultato ridicolo e ad esso è subentrato il concetto di morte perché sapevamo entrambi che la nostra storia si era già consumata on line e che l’incontro era solo un’appendice conclusiva di tale percorso. Per questo ci siamo trovati quasi inconsapevolmente ad usare la pornografia per immortalare la morte dell’amore, produrre quest’ossimoro visivo, godere della tristezza, e far diventare l’impossibilità un testo sul quale produrre eccitazione e dissonanza.
Producemmo quindi un video di una delle nostre ultime scopate dove l’eros e il thanatos diventano consistenti, si mescolano si compenetrano. Una pornografia delle emozioni come testo critico dei rapporti e di come si costruiscono le aspettative in rete per il loro fallimento continuo nella prassi fisica. Di come la rete produca due velocità completamente differenti che non sono più il frutto di una dialettica virtualizzante e attualizzante nell’ottica cybersociologica positivista di pierre levy ma di quanto la loro doppia velocità e la non risolvibilità di tale congiunzione non solo non converge gli spazi/tempi in una frontiera che accresce la qualità della vita ma ne moltiplica i confini a dismisura, producendo un circuito di inibizione e frustrazione che si è completamente istallato nel sistema operativo delle relazioni sociosessuali on line e che è devastante.
E l’unica ricchezza prodotta da tale processo continua ad essere la mediazione che i medi e mega brands producono con le loro piattaforme digitali (piattaforme di chats, social networks etc) funzionalmente alla vendita di merce-informazione.
La complusività delle emozioni attraverso la ricerca spasmodica di sesso on line diventa uno strumento di marketing virale che si autoalimenta, consentendo alle piattaforme di rete di amplificare il loro consumo. La produzione di porno on line diventa contemporanemente causa ed effetto, malattia e medicina, autenticità e riproduzione.
Per insediarsi in tale questo meccanismo sviscerandone gli assunti di potere, la pratica di EMOPORN può essere una lente attraverso l’esperienza del sublime pornografico.
Ho deciso perciò di mettermi in crisi promuovendo questo piccolo video all’interno dei social networks con un piccolo testo introduttivo che invitava la gente a commentare le emozioni suscitate.
Il titolo del video è “Shoot me like you love me” (giocando sul doppio significato inglese del verbo spararare e venire) e che fa più o meno così:
Questo Porn Cameo è dovuto ad una piccola ed enorme emozione filmata durante il berlin porn film festival tra Warbear e uno dei pochi orsi che lo hanno fatto cadere in un K.Hole d’amore. Un porno emozionale che strappa i veli dell’intimo, con un montaggio minimale una fotografia cruda e la telecamera usata come estensione del muscolo cardiaco con il punto di vista di chi ama e uccide.
"Shoot me Like You Love me" apre un diario muto di una possibilità impossibile, un gioco di esplorazione ed esposizione, il denudarsi emozionale, la crisi della proprietà privata dei corpi. Partecipa alla tempestosa celebrazione della dolcezza maschile dell’essere, mistica del desiderio, sperma elettrico, supremo atto di vita terminale.
Il video non ha alcun valore commerciale non solo perché è una semplice scopata ripresa in malo modo ma perché c’è una dissonanza continua, un sottotesto che disturba profondamente. Mi vedo godere con la morte negli occhi, con il senso della fine scritto nel mio orgasmo come quasi a volermene liberare, come se fosse un epitaffio che aspettava di essere scritto, con il fallimento nell’aria che respiravo ad ogni goccia di sudore.
Il valore aggregante di questo momento non è più quindi l’amore come prefisso significante della parola “amatoriale” e il diletto per la parola dilettante, quanto la frustrazione, la fine della possibilità reale di produrre nuovi modelli relazionali, la schiavitù agli status ruoli sociali che le persone ricoprono nei sistemi di produzione che definiscono il quotidiano e che non riescono a ridiscutere ma che anzi ricompongono e certificano in una pratica masturbatoria ritualizzante.
L’interesse di questo video diventa quindi un metalinguaggio del disturbo, ovvero la pragmatizzazione di una prospettiva socioantropologica dell’emozione applicata ai linguaggi della pornografia direttamente dal e sul mio corpo; uno spazio significante per esprimere l’amarezza dell’amore. Tale amarezza è dovuta non solo al fatto che l’amore è soprattutto una narrativa ideologica usata per cristallizzare e giustificare la violenza ed il potere che attraversa l’istituzioni come la famiglia quanto la dannazione data dall’incapacità di sfuggire a questa tragicommedia, ritrovandosi costantemente in uno stato ridicolo di dramma e pantomima.
Questo è stato il significato centrale di tale esperienza pornografica che dai cieli tempestosi dell’amore è divenuta emozionalmente arida, mediocre e triste. Tale shock della conoscenza mi ha spinto a ripensare le teoria di George Devreux.
Etnopsichiatra francese della metà del ventesimo secolo George Devereux scrisse un testo seminale intitolato “Dall’angoscia al metodo nelle scienze del comportamento”. In esso il teorico ha portato avanti una riflessione di carattere epistemologico estrema e di frontiera. Tale riflessione mette in crisi la costruzione dei ruoli che definiscono un campo di studio, ovvero la separazione netta dell’oggetto dal soggetto attraverso il metodo, ponendo l’accento sull’unione emotiva dei due, sulla sessualità intercorrente e sul metodo come strumento di flirt inteso nella prospettiva Filosofica Simmelliana , come il piacere/gioco/dolore dell’interlocuzione erotica non finalizzata alla conquista ma alla percezione dell’altro.
L’angoscia - intesa come emozione - è quindi un metodo nelle scienze del comportamento. Essa è intesa come metatesto che va a chiarificare, non più attraverso una lettura dialettica bensì attraverso una contestualizzazione dialogica, le relazioni intercorrenti tra soggetto ed oggetto ed i rapporti di potere che si stabiliscono tra i due nelle meccaniche di rappresentazione e nella situazione storica.
Chi rappresenta chi ed in che modo? Quali sono i meccanismi che si muovono intorno ed attraverso i s/oggetti rendendoli tali? queste sono le domande-chiave che tutta l’antropologia critica ha sviluppato negli anni ottanta da James Clifford in poi.
La Prospettiva DIY-autorappresentante incorpora la soggettificazione dell’analisi in una rinnovata attività etnografica che usa l’interferenza dell’eccitazione ed il trasporto emozionale come strumento di conoscenza.
Tale percorso mi ha portato a riflettere sul fatto che l’emozione è costantemente drenata nella narrazione pornografica perché disfunzionale alla vendita di porntainment. È un qualcosa che disturba lo sviluppo dell’eccitazione e la meccanica di identificazione masturbatoria che riconferma l’ordine del reale ad ogni orgasmo. E se non ci si può eccitare e masturbare, e, soprattutto tranquillizzarsi sulla detenzione del reale, non si consuma - il porno quindi diventa invendibile ma, più a fondo, mette in crisi i significati che costituiscono gli ordini sociali.
Per questo la performance emozionale nella narrazione pornografica può diventare un ariete che abbatta la dialettica zombificante tra porno corporativo e indieporn o post porn come lo avete definito voi.
La “post”stizzazione in questo quadro viene vista essa stessa come pratica posticcia; come un volta-pagina ideologico e storicizzante che acquisisce potere in quanto “post” nella produzione di un passato da superare ma al quale legarsi per detenerlo dialetticamente ed orientare i poteri del presente; operazione funzionale ad un mercato intellettuale ed a quello dell’arte contemporanea tanto quanto l’uso della visione femminista della pornografia che diventa una dissonanza cognitiva, un passepartout speculativo autogiustificante nella rivendicazione della propria subalternità come nell’esperienza di Audacia Rey. Il concetto di “post” diventa una categoria-ombrello che liquida e normalizza l’esperienza sublime del “porn” in una prospettiva riformista così come il concetto di “erotismo” e di “seduzione” imbrigliano lo spasmo dell’eccitazione in una visione buonista.
Emoporn non vuole essere un pensiero postmoderno ne pretende di risolvere la problematicità di tali istituzionalizzazioni. Emoporn vuole essere un pensiero provocatorio e provocante, un pensiero del conflitto e della seduzione, un pensiero del pugno e del bacio, un pensiero realmente impossibile, rivelatore dei meccansmi semantici che si innescano nella produzione della realtà.
Questo è un invito a godere delle vostre stesse paure, come il desiderio di un assassino nel tornare sul luogo del suo delitto.
Francesco WARBEAR Macarone Palmieri
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Español:
Publicamos el texto que presentó Francesco en la conferencia Interferencias Viscerales seguido de una reseña de vídeos de Emoporn presentada en el TEKFESTIVAL '09 - Festival de cine independiente de Roma del cual Francesco es curator. Se publicará una versión mas extendida en un proximo futuro en un catalogo que recogerá los textos de las jornadas.
1. EL FRENTE DEL PORNO.
Desde las opresiones de los géneros hasta la revolución de los cuerpos.
Que el ser humano vaya donde nunca haya estado,
que pruebe lo que nunca haya probado,
que piense lo que nunca haya pensado,
que sea lo que nunca ha sido.
Hay que ayudarlo en esto.
Provocar este trasporte y esta crisis.
Creemos objetos impresionantes.
Paul Nougé
Hoy el porno es así seguro que todo vuelve a un plan establecido. Como una droga de diseño planeada para consumir diversión y volver al trabajo en horario, la pornografía permite estar cómodo en el propio trozo de mundo. Ésta reafirma con microritualidades masturbatorias todos los valores de la sociedad occidental como el capitalismo tardío, la anestesia de las emociones, las identidades y sus relaciones de poder, las desigualdades, los estereotipos sexuales de poca difusión.
Un relámpago ha desgarrado el cielo gris de este aburrimiento en un período histórico que está entre final de los años noventa y la mitad de la primera década del dos mil. En este marco la teoría queer se acerca a la pornografía, adelantando la visión antagonista del feminismo histórico y abriendo los discursos a un nuevo cuerpo, en el mismo momento incluyendo y desorganizando el cuerpo histórico del movimiento LGBT.
Nacen los "Porn Studies" como campo multidisciplinario abierto, hecho de teoría queer, estudios de género, historia del cine, media studies y performance art. Unos de los objetivos principales está en el análisis crítico de la pornografía que deconstruye las fronteras identitarias a través las que las políticas de normalización heteronormativa y las políticas LGBT producen un espacio liso y gentrificante (aburguesado) útil para las acciones neoliberalistas y para las desigualdades que estas políticas producen.
Aplicar la práctica D.I.Y. (Do It Yourself, auto-producción) desplaza la reflexión en el plano político, en términos de rebelión de los cuerpos, a las imposiciones sociales a través de las prácticas de autorepresentación y de individualización cultural.
Como en una estroboscopia, este momento de luz vuelve a ser absorbido por el aplastamiento neoliberalista hacia la búsqueda de nuevos recursos, donde los cool hunters se sueltan para desentrañar y desimbolizar la ultima tendencia, las “Suicide Girls” llegan a ser las pin-ups de super-sellos como MTV y la academia hace su guerra por el acaparamiento de las minas de terciopelo del último mercado intelectual.
Por decirlo con las palabras del filosofo situacionista Raul Vanehigem: “como la economía en crisis que no fallece llega a ser economía de la crisis, la crisis de la cultura que sobrevive llega a ser cultura de la crisis”.
El objetivo de esta intervención es apropiarse de este momento de crisis vigente para darle la vuelta produciendo fracturas en la conciencia a través prácticas políticamente incorrectas.
Buscamos aquél punto disolvente en el cual los símbolos desembocan en un orgasmo de signos que vuelve a mapear los cuerpos en una trama interconectiva. Un trauma vivido en el cual eros y thanatos se compenetran en una cópula pandrógina.
De este cuadro nace el concepto de EMOPORN o pornografía de las emociones a través de una perspectiva de reflexión socio-antropológica.
El objetivo es provocar, enfrentar y desnudar la emoción como ultimo tabú allí donde su orientación o su drenaje responden a una práctica ideológica funcional, a los aparatos simbólicos que sedimentan la percepción de la realidad, soportando los mercados y las desigualdades, oprimiendo las diversidades.
El objetivo es desencadenar la panacea de los vientos emotivos, romper el espejo, instigar la risa nerviosa dada por la frustración de no poder identificarse en la pornografía mainstream, misógina y destructiva, ni tampoco en una pornografía independiente calcificada en la proliferación de los mercados.
A través de la idea de EMOPORN se investiga una interzona (zona intermedia) de revelación, fractura, blasfemia de los símbolos, de proliferación de los signos y de la interrupción de aquel embarazo que esclaviza la cadena del ser al no devenir, funcionalmente a poderes constituidos que quieren cuerpos encuadrados en sistemas de producción.
Un jardín colgante de flores del mal que en el envenenamiento haga perder el control expandiendo la conciencia y permitiendo otro punto de vista. Es el atentado y la explosión lo que se investiga/busca, una expropiación proletaria o una sublime violencia al cuerpo desnudo del rey.
2. EMO INCIPIT.
Dos son las tensiones que me han llevado a definir el concepto de EMOPORN y han nacido de varios estímulos. En primer término se encuentra la frustración dada por el fin de un momento histórico del altporn o porno subcultural y de su transformación en indieporn como porno contracultural. En segundo lugar, mi fracaso continuo en la búsqueda del amor que, performado on-line, se ha convertido y actualizado en una forma mecánica y destructiva.
Explicándome por orden empiezo por una definición de la pornografía que tomo en préstamo del concepto de pornografía de Barbara DeGenevieve.
2.1. LA PRÁCTICA DE LO SUBLIME.
Barbara DeGenevieve es una artista interdisciplinar, historiadora del arte contemporáneo y feminista. Trabaja en el campo de la fotografía, del vídeo y de la performance sobre temáticas enlazadas con identidad de género, censura, transexualidad y sobre la relación entre ética y pornografía.
He tenido la suerte de conocerla en la conferencia “The art and politics of netporn” en 2005 en Amsterdam y asistir a la presentación de su trabajo “Los cuerpos hirvientes de la pornografía queer” que situaba teóricamente su reseña de vídeos de SSSspread.
Adentrándonos en lo más especifico, en referencia a lo que comentaba la misma DeGenevieve, uno de los datos más interesantes estaba en el hecho de que ella misma había asumido posicionamientos fuertemente anti-pornográficos en su historia feminista hasta 1988, año en el que empezó a reflexionar sobre la pornografía desde perspectivas diferentes hasta a llegar a producirla.
A mi parecer en la presentación “Los cuerpos hirvientes de la pornografía queer” hay una de las definiciones de pornografía que está en la base de muchos debates. Es decir:“(…) La pornografía está hecha para excitar a las personas. Bajo esta óptica los cuerpos no sólo tienen que ser altamente sexualizados sino también fetichizados, erotizados y acomodados en ámbitos, hechos acomodar en nichos de deseos sexuales específicos.Lo políticamente correcto ha llegado ser una prisión intelectual en la cual el desarrollo del diálogo es extremadamente limitado en cuanto a las prácticas discursivas, son más monólogos o diatribas.
Es necesario abrazar el placer de objetivizar y de ser obetivizados, de fetichizar y ser fetichizados, de interpretar el papel de víctimas activas como de perseguidores. Es necesario abrirse a un campo de minas difícil de cruzar pero que es un terreno intelectualmente estimulante y honesto, en el cual hay que comprendernos como seres sexualmente complejos”.
DeGenevieve, con esta definición toca el punto vital del discurso reflejando una serie de puntos esenciales:
- Sobre el hecho de que la pornografía produce una comunicación directa de los cuerpos, que sirve para excitarlos y que está orientada a su masturbación.
- Sobre el hecho de que lo políticamente correcto produce una barrera dogmática apoyada en sistemas morales. Esta barrera aleja un conocimiento honesto aunque sea difícil y doloroso, conocimiento que puede ser sólo si nos dejamos llevar por la “sublime” experiencia del “placer de la pena”.
- Abrazar el deseo de objetivación, de inscribirse en la narración pornográfica, llega a ser el método de “comprendernos” como seres sexualmente complejos. Entonces la pornografía llega a ser un lenguaje que atraviesa la frontera eléctrica entre miedo y placer, pero es también aquel territorio que produce un hiato entre heterorepresentación y autorepresentación.
Y es el cortocircuito entre cuerpos y emociones, la falta de respiro, la adrenalina del descubrirse como seres sexualmente complejos lo que empuja a DeGenevieve, además de inscribirse, a “escribir la pornografía”. Aquí se deduce de pleno la perspectiva de antropología de las emociones, en la medida de la cuál escribir las pornografías coincide con el texto histórico de Clifford y Marcus “Escribir las culturas”, donde el objetivo del análisis antropológico ya no es el otro sino “consigo mismos como otros”, es decir, la puesta en crisis del poder autorial de las representaciones. Específicamente, como la relación entre el sí mismo y el otro es construida en los juegos lingüísticos de la escritura etnográfica.
En el 2001 nace SSSpread.com una pagina web gratuita donde DeGenevieve empieza a publicar vídeos de pornografía que transitan por la relación lesbiana butch/femme para reencontrarse inmediatamente en el vientre de la bestia queer, representando cuerpos que se escapan de cada definición identitaria fija. Su trabajo es pionero, ya sea en el extremismo de sus producciones, donde ella interactúa con la escena queer punk, ya sea por el hecho de que en 2001 la banda es lo que es y la tecnología vídeo no está todavía desarrollada, así que esta operación tiene unos costes enormes que no le permiten continuar el trabajo ya que no hay ningún tipo de contraprestación económica y el consumo de los contenidos es totalmente gratuito.
De todas formas en años de producción lo que emerge desde este tipo de trabajo es que la frontera entre pornografías heterosexuales y gays y la pornografía queer es tan sutil como auto-evidente. Ella afirma que el único dato que marca una diferencia real está representado por los cuerpos ya que en la pornografía queer los cuerpos son:
INSUBORDINADOS – DESOBEDIENTES – SALVAJES – ANÁRQUICOS
¿Por qué? Porque ningún personaje es un profesional. Porque cada momento pornográfico es performado en el momento, sin un plot (trama) preestablecido, estando entonces lejos, a años luz, de las reglas del marketing de la pornografía mainstream.
El nudo principal está concretamente en la producción de excitación. Es decir, cómo los cuerpos se hablan a través del vídeo. Los y las modelos de DeGenevieve no visten la percepción mainstream de “excitar” sino la de “perturbar” y en este sentido ponen en crisis a la audiencia en sus inscripciones objetivizantes. En esta relación entre vidente, visión y visto se produce la crisis como momento de conocimiento.
Barbara DeGenevieve puede ser definida como aquella que por primera vez ha producido una práctica y una teoría del indieporn aplicado a la red adjuntando a esto una perspectiva socioantropológica de la emoción.
Este esfuerzo se ha coagulado con el concepto de “PORNO SUBLIME”.
Su análisis empieza desde el hecho de que la conceptualización del sujeto contemporáneo desarrollada entre el siglo diecisiete y el siglo dieciocho lleva todavía la carga de la filosofía ilustrada. Esto está expresado por la dialéctica entre naturaleza y cultura, entre universalismo y determinismo. El sujeto se percibe como fragmentado pero sigue buscando la totalidad utópica. El desafío reside en comprender cómo existir en el interior de tal tensión con la imposibilidad de resolverla.
La pornografía “extremiza” esta tensión en tanto que produce una pérdida de control libidinoso. En una experiencia pornográfica se pierde el control del cuerpo. Los cuerpos se vuelven espasmódicos. Los órganos sexuales se erigen, se producen flujos corporales, se emana una comunicación química descontrolada. En este sentido, esto provoca una reacción o efecto sublime haciendo referencia a la categoría de Lyotard de “Placer del Pesar”, más allá de la esfera racional y más allá de la habilidad del lenguaje de describir minuciosamente, entonces de controlar y dominar las realidades. En una cultura occidentalizante que tiene una desesperante necesidad de promover un orden continuo de la vida a través de la categorizaciones identitarias, la pornografía llega a ser una amenaza. Si no manifestara o concretizara fantasías inconscientes no lo sería. Si el inconsciente fuera un espacio correcto no nos atendríamos a la necesidad. Esta pérdida del control, este hiato entre ser y devenir, el miedo evocado por la pérdida del control y el hecho real de su pérdida, es lo que Barbara DeGenevieve define como Sublime Pornográfico.
Lo sublime pornográfico pone en crisis la descripción de la realidad en las relaciones de poder que se entremezclan en la sectorialización identitaria a través de una lectura socioantropológica de la emoción justo allí donde la misma llega a ser una reflexión sobre cómo la identidad es definida en su relación con el mundo.
Por esto la pornografía es performada como experiencia privada y visceral, completamente desconectada de los estatus, roles que codifican al sujeto en el espacio público como actor social.
Y es justo por esto que la naturaleza subversiva de la visión degenevieviana subraya el acto provocativo, la ruptura, la politización de la pornografía en la medida en que se hace público el espasmo, la pérdida del control social, la emoción de lo destituido, que son disfuncionales para los poderes constituidos. Degenevieve se interesa por la aplicación social de la desgracia, como el 11 S de las emociones, y es también por esto que muestra su desinterés total por las políticas reformistas del erotismo y de la sensualidad fácilmente acumulables y subsumibles en las categorías y en los mercados del arte contemporáneo. Cuando se usan términos como “erótico” y “sensual”, el deseo sexual viene arrestado y encarcelado en formas institucionalmente sensacionalistas.
En esta idea, la sexualidad es una esfera de lo humano desintegrada respecto a su vivir cotidiano y es urgente una investigación de carácter filosófico que subraye la precariedad y el orden ficticio de las fronteras que dividen la pornografía y el arte. El arte del no arte, lo bello de lo grotesco, la contemplación de la acción, el ser del otro. En esto la pornografía llega a ser la tentación cultural que nos mueve hacia el vértigo de la disolución psicológica.
Por esto DeGenevieve concluye su reflexión afirmando:
“Aquí estoy, intentando asir lo incomprensible, intentando entender qué es lo que me estimula, intentando descifrar las divisiones entre “bien” y “mal” (que sea arte, escritura, cine, enseñanza, performance, pornografía o cualquier otra acción). El punto al que he llegado con mi reflexión me empuja a decir que no hay repuestas y que no pasa nada, porque finalmente lo que cuenta es el desafío que pone en crisis el presente. Esto es lo sublime, estar en un constante estado de explosión, ser provocada y discutida en mi imagen de mí misma y recibir cada vez contestaciones diferentes. 20 años atrás sabía lo que pensaba y quien estaba en desacuerdo conmigo en mi óptica no seguía la “justa” teoría. Hoy pongo en crisis todo y prefiero ponerme en situaciones donde la posibilidad de fracaso y la censura replantean el sentido de la existencia”.
El sentido de la provocación, del vértigo y de la crisis es a mi parecer el leit motiv subversivo que hace de la experiencia sublime de la pornografía un acto de transformación radical de la existencia. Este tipo de trabajo es elegido por Katrien Jacobs, profesora de Media studies y performance en la Universidad de Hong Kong y fundadora del la plataforma de estudios del NetPorn.
Desde este estímulo nacen una infinidad de colectivos y sujetos que producen una pornografía libertaria sobre todo on-line. Tales paginas web juegan sobre el tema del cuerpo auténtico como eje central de la ética y de la estética del indieporn. Entonces tenemos un cuerpo no profesional, un cuerpo emotivo, un cuerpo no quirúrgicamente modificado respecto a los cánones impuestos de las multinacionales de la pornografía. Un cuerpo auténtico que excita a la audiencia contando otras historias; historias divididas, escondidas y oprimidas porque son disfuncionales a las desigualdades de género que mantienen el orden mundial.
3. LA CRISIS DEL LA AUTENTICIDAD.
Como todos y todas sabemos el concepto de lo auténtico no existe como valor ontológico. La autenticidad es un producto. La autenticidad es tal en la medida en la que se construye. El concepto de autenticidad entra en crisis cuando Benjamin derrumba el poder del aura de su representación, a través de su análisis de los mecanismos de reproducibilidad técnica. El poder de la autenticidad ha sido aniquilado por la muerte del autor en el pensamiento postmoderno de Foucault. La autenticidad es el fruto puro que enloquece cuando la nueva antropología crítica de James Clifford desvela el poder de la representación. Lo auténtico es denunciado en sus mecanismos exóticos en las críticas orientalistas de Said. Lo auténtico entra en crisis cuando Judith Butler derrumba el tótem heterocéntrista de sexo, sexualidad y género.
El discurso está bien subrayado en la segunda conferencia en Amsterdam “Click Me Net Porn”.
Si las argumentaciones precedentes se enfocaban en el indieporn entendido como espacio político de autorepresentaciones feminista y queer que rechazaba las especulaciones mainstream y las expresiones del poder heteronormativo en las desigualdades de género, la segunda conferencia ha marcado las fronteras tocando los puntos centrales. Concretamente, hablando sobre cómo los lenguajes del indieporn han cristalizado en nuevas categorías de mercado y cuáles son las estrategias posibles para producir nuevas pornografías de la liberación. Dos han sido los discursos, conscientes e inconscientes, que han puesto los puntos en este proceso.
El primero es el elaborado por Florian Cramer, profesor de Media Design en la Willem de Kooning Academy. Profesor y fundador junto a Istvan Kantor, Matthew Fuller y Stewart Home, del neoísmo (una corriente de pensamiento y de terrorismo mediático post-situacionista).
Su presentación se tituló “Indieporn: pérdida de la obscenidad y de la imaginación”. Su enfoque está justo en la crética radical a la producción de la autenticidad y en cómo los lenguajes indieporn en realidad son sólo los frutos puros de una continua dialéctica entre el dogmatismo de lo políticamente correcto y la calcificación de mercado.
Esta dialéctica ha transformado el cuerpo-otro y la experiencia de lo sublime otra vez en el espacio liso donde la venta de entretenimiento porno on-line vacía cada estímulo al cambio y a la liberación. En un cierto modo Audacia Ray, fundadora del Spread Magazine (revista para trabajadoras/trabajadores sexuales) y directora porno, es la representante más fuerte de este mercado que se esconde tras la lectura del trabajo sexual desde una perspectiva feminista, poniendo la atención en el deber del trabajo más que sobre el placer del sexo, produciendo un vacío neumático emocional, institucionalización y su dialéctica de exclusión social.
En el centro de la escena está el espíritu del capitalismo. Es decir, una ética protestante en la cual el trabajo llega a ser una misión emancipadora de la condición de mujer. “Independencia a través de la pornografía” es su lema, donde la lucha pasa a través la pornografía on-line en la medida en la que su producción llega a ser valorada en el plano del provecho.
Por esto hay que “vestir” a las modelos de una economía de la información haciéndolas populares on-line, entonces, pornstars on-line. Por esto la comercialización de paginas web como “suicide girl” llegan a ser un acto de afirmación en la políticas de género en la medida en la que son vendibles. El marco teórico en el que se mueve Audacia Ray no produce ninguna experiencia sublime sino que codifica de la misma manera las formas de poder que han sometido la experiencia de la otredad a una especulación de mercado volviendo a recorrerlas de nuevo en total.
Esta es la experiencia de la tardopornografía on-line.
El concepto de autenticidad llega a ser una categoría de mercado de la pornografía en red, que vuelve a construir ámbitos fetichistas de micro-identificaciones funcionales en nuevas estrategias de marketing viral, que empujan la producción de entretenimiento porno a la macrointerfaz de la web 0.2.
La utopía de “content generated user” entendida como sistema en la ingeniería de red que presupone la eliminación total del autor a favor del usuario, deviene en un pillaje, un robo para reorganizar la venta de contenidos porno.
XTUBE es un claro ejemplo. La estructura es la de un macrorecipiente que utiliza la clásica arquitectura de network social, con perfiles, amistades y descarga de contenidos, pero donde cada palabra clave de búsqueda, en la mayoría de los casos, conduce a la venta de las producciones de vídeos on-line del mismo network. Cualquier microespacio genera un contenido para vender, sostenido a la vez por el crecimiento exponencial del network. Ya no se necesita más desarrollar sistemas publicitarios porque es el mismo usuario el que se hace vendedor de puerta en puerta en la medida que produce relaciones en la plataforma, y la mecánica inconsciente se basa propiamente en la reconstrucción de la autenticidad pornográfica a través del self-publishing.
XTUBE parece decirnos:No tiréis más vuestro dinero en pornografía de revista donde la pornostar y el macho de turno producen en vosotros expectativas que nunca serán conseguidas, venid y reflejaros en el usuario común, allí donde vuestras fantasías de mujeres gordas y jóvenes microdotados encontrarán ciudadanía, porque es la autenticidad del perfil de un usuario cualquiera el que va a garantizar un porno democrático y cercano a vuestras vidas cotidianas.
Pero de democrático no hay nada sino la falsa utopía de acceder libremente a contenidos que implosionan en muestras de 15 segundos, es decir, trailers de películas de pago donde los estereotipos se vuelve a proponer ad libitum, cristalizándose en un sistema de tags que de una manera u otra nos hace llegar a al callejón sin salida de no ser miembros.
El evento del mercado digital del entretenimiento porno, las arquitecturas de red de la web 0.2, declaran la muerte del indieporn como práctica de discusión de la realidad. Con esto ha muerto la idea de utilizar la tecnología para la composición de nuevos modelos de desarrollo más libres y de oportunidades similares. Para comprender cómo actuar en una perspectiva de cambio es necesario librarse del peso histórico de este cadáver y desarrollar estrategias deseantes de boicot.
4. EMOPORN.
El concepto de EMOPORN me vino a la mente en el 2007, en el Berlin Film Festival, durante la presentación de mi trabajo titulado “21st century schizoid bear” que investiga la relación entre género y masculinidad en la pornografía on-line.
Concretamente, la compulsión de mi búsqueda de sexo on-line se me actualizó en un encuentro muy particular. Este encuentro se ha basado en 6 años de chat a través de diferentes plataformas, desde los ambientes IRC hasta webs dinámicas, pasando por la videoconferencia que hizo real una producción infinita de fantasías, pulsiones sexuales, tranferencias y energías eróticas.
Toda la energía acumulada en 6 años estaba a punto de explotar y al primer orgasmo sucedió lo irreparable.
Esto quiere decir que el primer polvo fue un momento de liberación increíble que hizo salir todos los fantasmas que durante 6 años habían habitado nuestras mentes haciéndonos sentir emocionalmente desnudos el uno frente al otro. Fue una experiencia devastadora que ninguno de los dos fue capaz de gestionar porque en realidad ninguno de los dos tuvo en cuenta la potencia del otro.
En este Chernobyl se ha consumado una matanza donde el concepto mismo del amor se convirtió en algo ridículo y a éste subyació el concepto de muerte porque los dos entendíamos que nuestra historia ya se había consumido on-line y que este encuentro se quedaba sólo en un apéndice que concluía el recorrido. Por esto nos hemos encontrado inconscientemente con el uso de la pornografía para inmortalizar la muerte del amor, producir este oxímoron visual, gozar de la tristeza y hacer de la imposibilidad un texto en el cuál producir excitación y disonancia.Produjimos entonces un vídeo de uno de nuestros últimos polvos donde el eros y el thanatos se hicieron consistentes, se entremezclaron y se compenetraron. Una pornografía de las emociones como texto crítico de las relaciones y de cómo se construyen las expectativas en la red por su fracaso continuo en la praxis física. De cómo la red produce dos velocidades diferentes que ya no son sólo el fruto de una dialéctica virtualizante y actualizante en la óptica cybersociológica positivista de Pierre Levy, sino de cómo su doble velocidad y la no solución de tal conjunto que no converge en el espacio/tiempo de una frontera que sube la calidad de vida, ni multiplica las fronteras de modo desmesurado, produciendo un circuito de inhibición y frustración que se complementa y se instala en el sistema operativo de las relaciones sociosexuales on-line y que es devastadora.
La única riqueza producida de este proceso continua siendo la mediación que los medios y los megasellos producen con sus plataformas digitales (plataformas de chats, redes sociales, etc) funcionales a la venta de mercancía-información.
La compulsión de las emociones a través la búsqueda angustiosa de sexo on-line llega a ser una herramienta de marketing viral que se autoalimenta dando la posibilidad a las plataformas de red de amplificar su consumo. La producción de porno on-line se vuelve contemporáneamente causa y efecto, enfermedad y remedio, autenticidad y reproducción.
Para instalarse en este mecanismo eviscerando los asuntos de poder, la práctica del EMOPORN puede ser una lupa a través de la experiencia del sublime pornográfico.
He decidido ponerme en crisis promoviendo este pequeño vídeo dentro las redes sociales con un pequeño texto introductorio que invitaba a la gente a comentar las emociones suscitadas.
El título del vídeo es “Shoot me like you love me” (jugando con el doble significado en ingles del verbo disparar y correrse) y que dice más o menos esto:Este Porno Cameo es debido a una pequeña y enorme emoción filmada durante el Berlin Porn Film Festival entre Warbear y unos de los pocos osos que los han hecho caer en un K.Hole de amor. Un porno emocional que arranca los velos de la intimidad, con un montaje minimalista, una fotografía cruda y la videocámara utilizada como extensión del músculo cardíaco con el punto de vista de quien ama y mata.
"Shoot me Like You Love me" abre un diario mudo de una posibilidad imposible, un juego de exploración y exposición, el desnudarse emocional, la crisis de la propiedad privada de los cuerpos. Participa de la tempestuosa celebración de dulzura masculina del ser, mística del deseo, esperma eléctrico, supremo acto de vida terminal.
El vídeo no tiene ningún valor comercial no sólo porque es un polvo grabado de mala manera, sino también porque hay una discordancia continua, un subtexto que molesta profundamente. Me veo gozar con la muerte en los ojos, con el sentido del fin escrito en mi orgasmo, con el fracaso en el aire que respiramos en cada gota de sudor.
El valor adjunto de este momento entonces no es tanto el amor como prefijo significante de la palabra “amatorial” y el deleitar para la palabra diletante, sino la frustración, el fin de la posibilidad real de producir nuevos modelos de relación, la esclavitud a los estatus y roles sociales que las personas recubren en los sistemas de producción que definen lo cotidiano y que no pueden replantear sino que más bien recomponen y certifican una práctica masturbatoria ritualizante.
El interés de este vídeo llega a ser entonces un metalenguaje del desorden, es decir, la pragmatización de una perspectiva socioantropológica de las emociones aplicadas a los lenguajes de la pornografía directamente por y en mi cuerpo. Un espacio significante que exprime la amargura del amor. Tal amargura es debida no sólo al hecho de que el amor es sobre todo una narrativa ideológica utilizada para cristalizar y justificar la violencia y el poder que atraviesa las instituciones como la familia, sino también a la condenación dada a la incapacidad de escaparse de esta tragicomedia, volviendo a encontrarnos constantemente en un estado ridículo de drama y pantomima.
Este fue el significado central de tal experiencia pornográfica que desde los cielos tempestuosos del amor deviene emocionalmente árida, mediocre y triste. Tal shock del conocimiento me ha empujado a replantear la teoría de George Devreux.
Etnopsiquiatra francés de la mitad del siglo veinte, George Devereux escribió un texto para un seminario titulado “Desde la angustia al método en las ciencias del comportamiento”. En él, el teórico desarrolló una reflexión de carácter epistemológico extrema y fronteriza. Tal reflexión pone en crisis la construcción de los roles que definen un campo de estudios, es decir, la separación limpia del objeto respecto al sujeto a través del método de la sexualidad intercorriente, poniendo la atención sobre la unión emotiva de los dos, y también en el método como herramienta de ligue entendido en la perspectiva filosófica simmelliana; como el placer/juego/dolor de la interlocución erótica finalizada no en la conquista sino en la percepción del otro.
La angustia –entendida como emoción– es entonces un método en las ciencias del comportamiento. Ésta es entendida como metatexto que clarifica, no como una lectura dialéctica sino a través de una contextualización dialógica, las relaciones que hay entre sujeto y objeto y las relaciones de poder que se establecen entre los dos en la mecánica de representación y en la situación histórica.
¿Quién representa a quién y de qué manera? ¿Cuáles son los mecanismos que se mueven entorno y a través los sujetos/objetos haciéndolos tales? Estas son las preguntas claves que toda la antropología crítica ha desarrollado en los años 80 desde James Clifford en adelante.
La perspectiva del DIY autorepresentante incorpora la subjetivación del análisis en una renovada actividad etnográfica que utiliza la interferencia de la excitación y el transporte emocional como herramienta de conocimiento.
Tal recorrido me ha llevado a reflexionar sobre el hecho de que la emoción es constantemente drenada en la narración pornográfica porque es disfuncional a la venta de entretenimiento porno. Es algo que importuna el desarrollo de la excitación y de la mecánica de identificación masturbatoria que reconfirma el orden de lo real en cada orgasmo. Entonces, si no podemos excitar o masturbar, y sobre todo tranquilizarnos sobre la determinación de lo real, no se consume, el porno llega ser invendible pero en el fondo pone en crisis los significados que constituyen los órdenes sociales.
Por este motivo la performance emocional en la narración pornográfica puede ser un ariete que abata la dialéctica zombificante entre porno corporativo e indieporn.
Emoporn no quiere ser un pensamiento postmoderno ni tiene la pretensión de resolver la problemática de tales institucionalizaciones. Emoporn quiere ser un pensamiento provocador y provocante, un pensamiento del conflicto y de la seducción, un pensamiento del puño y del beso, un pensamiento realmente imposible, revelador de mecanismos semánticos que se provocan en la producción de la realidad.Esto es una invitación a gozar con vuestros mismos miedos, como el deseo de un asesino por volver al lugar de su delito.
Francesco WARBEAR Macarone Palmieri





